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Implosione

11 ottobre 2010

“Esplodere o implodere – disse Qfwfq – questo è il problema: se sia più nobile intento espandere nello spazio la propria energia senza freno, o stritolarla in una densa concentrazione interiore e conservarla ingoiandola. Sottrarsi, scomparire, nient’altro; trattenere dentro di sé ogni bagliore, ogni raggio, ogni sfogo, e soffocando nel profondo dell’anima i conflitti che l’agitano scompostamente, dar loro pace, occultarsi, cancellarsi: forse risvegliarsi altrove, diverso. Diverso… Come diverso? Il problema: esplodere o implodere tornerebbe a ripresentarsi? Assorbito dal vortice di questa galassia, riaffacciarsi su altri tempi e altri cieli? Qui sprofondare nel freddo silenzio, là esprimersi in urli fiammeggianti d’un altro linguaggio? Qui assorbire il male e il bene come una spugna nell’ombra, là sgorgare come uno zampillo abbagliante, spargersi, spendersi, perdersi? A che pro allora il ciclo tornerebbe a ripetersi? Non so nulla, non voglio sapere, non voglio pensarci: ora, qui, la mia scelta è fatta: io implodo, come se il precipitare centripeto mi salvasse per sempre da dubbi e da errori, dal tempo dei mutamenti effimeri, dalla scivolosa discesa del prima e del poi, per farmi accedere a un tempo stabile, fermo, levigato e raggiungere la sola condizione definitiva, compatta, omogenea. Esplodete, se così vi garba, irradiatevi in frecce infinite, prodigatevi, scialacquate, buttatevi via: io implodo, crollo dentro l’abisso di me stesso, verso il mio centro sepolto, infinitamente.”

da “Cosmicomiche” di Italo Calvino

Implodere significa trattenere e soffocare dentro di sé le emozioni, con tutte le conseguenze che ciò comporta: emozioni negative come rabbia e aggressività che non trovano una via di fuga ma che vengono rivolte verso se stessi, oppure anche emozioni positive che non vengono espresse ma “trattenute”. Ciò può essere una forma di protezione, spesso le emozioni espresse vengono negate dagli altri, oppure desideri ed ambizioni non trovano corrispondenza all’esterno, e tutto ciò porta il soggetto a rinchiudere dentro di sé queste emozioni che possono portare nei casi più estremi a sintomi di depersonalizzazione, ad estraniazione da se stessi,  “crollo dentro l’abisso di me stesso, verso il mio centro sepolto, infinitamente”, quasi una forma di “autismo”.    

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