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Maledetta crudeltà

22 giugno 2011

Questa notizia è dedicata a tutti quelli che, vedendo Crudelia Demon, si sono indignati per la sua cattiveria.

Lo psicologo inglese Simon Baron-Cohen ritiene che la cattiveria sia una malattia dovuta alla scarsa capacità empatica. Nel suo libro “Zero Degrees of Emphaty. A New Theory of Human Cruelty”, ci spiega che la crudeltà umana è malattia e non un male. La scorrettezza, in pratica, sarebbe scritta nei geni.

Tutto dipende dall’empatia (la capacità di immedesimarsi in un’altra persona e capirne i sentimenti) che è una capacità innata. L’empatia e la comprensione dell’altro non sono solo frutto di uno sforzo intellettuale, ma anche dell’attività di precise aree cerebrali che ci rendono più o meno sensibili e attenti verso gli altri.

Per Baron-Cohen la capacità di “mettersi nei panni degli altri” può esprimersi in 6 gradi, dal livello massimo, che denota forte intuitività e comprensione degli altri, fino al grado zero, in cui la capacità empatica umana è pressoché assente. La maggior parte delle persone si trova più o meno a metà, ma ci sono anche individui poco empatici a causa di una diversa conformazione dei loro circuiti neurali.

Cade,quindi, la teoria dell’infanzia infelice delle persone crudeli? In realtà i geni non sono l’unica risposta ed anche il tipo di relazioni e affetti istaurati in giovane età possono influenzare l’empatia.

Quando si parla di empatia, è anche importante considerare i fattori esterni: situazioni patologiche come la schizofrenia ,stress, depressione, alcolismo, deficit dello sviluppo psichico nell’età infantile possono compromettere notevolmente la capacità empatica. Baron-Cohen parla addirittura di modificazioni cerebrali e aree del cervello che si sviluppano in maniera deficitaria proprio in seguito a situazioni critiche dell’infanzia.

Questa teoria è utile per tenere sotto controllo i piccoli cedimenti quotidiani, che un pezzetto alla volta possono portare ad una pericolosa indifferenza verso gli altri. L’empatia la si dà per scontata ed è del tutto trascurata nell’educazione, mentre dovrebbe essere coltivata e gestita attivamente, magari educando all’empatia anche a scuola. Insomma, la società moderna ci pone un’altra sfida individuale: quella di sentirci vicini al prossimo, quella di uscire dalla nostra dimensione individuale per calarci nei panni degli altri.

Solo questo quotidiano esercizio ci può salvare dalla crudeltà, caratteristica infamante della nostra specie.

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