Archive for ottobre 2013

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CRAVING: TRA “VOGLIO” E “DEVO”

16 ottobre 2013

desiderio

Mai sentito parlare di “craving”? viene descritto come “un’esperienza soggettiva che motiva gli individui a cercare e raggiungere un oggetto o praticare un’attività (target) allo scopo di ottenere certi effetti” (Marlatt). Per molti autori è il cuore delle dipendenze patologiche e guida verso quella sensazione di “perdita di controllo” che si vive in certe situazioni. Questo è il motivo per cui è importante sapere di cosa si tratta: è la meta d’intervento nel trattamento delle dipendenze patologiche. Ma come funziona questa sensazione di desiderio e impulso incontrollabile (craving)? Alcuni studiosi hanno esplorato il modo in cui le persone affetti da disturbi da dipendenze patologiche e mancato controllo degli impulsi pensano agli oggetti del proprio desiderio e hanno individuato uno stile di pensiero caratteristico. Il “pensiero desiderante” è una forma di elaborazione cognitiva volontaria di informazioni riguardanti oggetti e attività piacevoli e positive che avviene a due livelli:

• Verbal Perseveration: pensieri ripetitivi e automotivanti riguardo al bisogno di ottenere l’oggetto o di svolgere l’attività (es: devo farlo al più presto, ho bisogno di comprare l’ennesimo paio di scarpe, devo provare quella nuova esperienza)

• Imaginal Prefiguration: immagini mentali dell’oggetto o attività desiderata e del contesto in cui la persona lo può realizzare o lo ha realizzato in passato (es: immagino il sapore della sigaretta, la situazione sociale dell’ultima volta che ho bevuto alcoolici, tutto ciò che ho dentro al frigorifero).

Siamo ancora agli albori della ricerca ma gli studi mostrano che il “pensiero desiderante” è spropositato in molti individui con problemi di controllo degli impulsi, e che questo desiderio non sia legato all’oggetto desiderato (cibo, alcool, fumo, gioco d’azzardo, attività sessuale ecc…). Le prime conclusioni portano a pensare che certe modalità di usare il pensiero rispetto ai nostri desideri possono determinare l’intensità dei nostri impulsi e delle nostre capacità di autocontrollo.

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Necessità di viaggio

14 ottobre 2013

viaggiare

E’ finita l’estate ma, confessa, ancora pensi al sole e al divertimento, al relax delle vacanze e più ci pensi e più ti sembrano lontane le prossime ferie. Anche questo, però, può diventare spunto per una piccola riflessione.

Fare un viaggio può raccontare molto di noi: il nostro stile di vita, i nostri valori, le nostre abitudini  ma anche aspetti più o meno coscienti e necessità sia stabili che transitorie. Il desiderio di partire può essere positiva quando deriva dalla ricerca di qualcosa,o negativa quanto il fine è evitare situazioni indesiderate.

Ciò che però accomuna tutti i tipi di viaggiatori sembra essere la ricerca di un “livello di stimolazione ottimale” cioè di uno stato personale ideale che dipende molto sia dagli stimoli della vita quotidiana sia da predisposizioni personali.
Ognuno di noi possiede livelli di attivazione propri che si associano alla percezione di un senso di benessere: al di sotto di quel livello ci sentiamo annoiati e al di sopra si avverte ansia e stress. Così per ripristinare un equilibrio nel livello di “stimolazione ottimale” che percepiamo, possiamo innalzare o abbassare il livello di intensità attraverso un bel di viaggio. Quale tipo? dipende dal bisogno personale del viaggiatore: questo spiega come mai a volte le nostre mete di viaggio sono indirizzate verso attività di relax e in altre privilegiamo destinazioni più stimolanti

La ricerca dell’equilibrio tra ansia e noia è un processo che spesso avviene in maniera inconscia e che si realizza attraverso sette modalità attraverso il turismo (Crompton,):

  • l’evasione dal quotidiano, attraverso la ricerca di luoghi di vacanza che siano diversi rispetto a quelli a cui si è abituati;
  • l’esplorazione di se stessi, attraverso la ricerca di ambienti non familiari che possano permettere di scoprire qualcosa di nuovo su di noi;
  • il relax, che favorisce l’allentamento dello stress
  • il prestigio, che ci fa vedere l’aspetto di  promozione sociale del viaggio;
  • la resgressione che favorisce la liberazione da costrizioni sociali;
  • l’impulso alle relazioni familiari, che stimola il rafforzamento di legami anche mediante attività semplici (es. giocare a carte) con un alto valore di condivisione;
  • il miglioramento delle interazioni sociali attraverso scelte turistiche che tendono a diminuire le inibizioni e ridimensionare le insicurezze interpersonali

A questo modello, si sono state aggiunte altre motivazioni turistiche, quali:

  • il turismo come comportamento imitativo, che appare legato alla necessità di uniformarsi alle mode allo scopo di sentirsi più vicini alle tendenze della società in cui si vive ;
  • il turismo come soddisfazione di curiosità, che porta a ricercare forme di viaggi connessi ad attività esplorative o conoscitive;
  • il turismo come realizzazione di un sogno. 

Aspettative, significato del viaggio e fiducia in se’

Ogni viaggiatore si costruisce delle aspettative turistiche ed una “immagine interiore di ogni viaggio” che pone tra le sue possibili scelte; ciò comporta l’attribuzione di un significato alla vacanza che fa da guida nel confronto con alcuni aspetti interiori, rendendo più o meno probabile una scelta. Nel valutare una possibile meta turistica, concorrono infatti anche degli aspetti motivazionali stabili, connessi soprattutto a dimensioni della personalità.

Un primo elemento che può favorire o scoraggiare una scelta turistica è lo stile attributivo, cioè la tendenza ad attribuire la causalità degli eventi che potranno verificarsi durante un viaggio, a fattori esterni o interni.
Se il cosiddetto “locus of control” relativo agli eventi turistici è interno sarà più facile che un turista si confronti anche con situazioni più avventurose, in cui penserà di poter avere un controllo delle proprie azioni.
Se il locus of control turistico è esterno sarà più facile attribuire agli altri la qualità della propria vacanza e quindi scegliere dei viaggi affidandosi a operatori turistici affermati, piuttosto che “correre il rischio” di dover gestire da sé parti del viaggio.

Una dimensione altrettanto importante, strettamente connessa alla precedente, è quella dell’autoefficacia percepita (Bandura, 1987), che comporta una sensazione di saper fare qualcosa in un contesto specifico e che guida alla scelta delle forme di turismo in rapporto principalmente a:

  • mezzo di trasporto (es. convinzione di poter affrontare un viaggio con l’uso di un particolare mezzo di trasporto);
  • attività svolta nel corso del viaggio (es. capacità di svolgere attività fisiche di un certo tipo);
  • caratteristiche ambientali del luogo visitato (es. capacità di affrontare condizioni climatiche o ambientali avverse).

Un altro aspetto da considerare tra le motivazioni che spingono alla scelta di una meta di viaggio sono due tipi di elementi:

  • i fattori “push” che rappresentano una spinta verso una vacanza: principalmente motivazioni socio-psicologiche;
  • i fattori “pull” che sono un’attrazione che indirizza verso alcune mete in relazione ai servizi offerti.

Mentre i “push” sono la chiave del desiderio di viaggiare, i “pull” sono la calamita verso una determinata destinazione.

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Fiabe e favole: un aiuto per grandi e piccini

14 ottobre 2013

 
   fiabe

Conoscete la differenza tra favola e fiaba?Non sono la stessa cosa, anche se spesso usiamo i due termini come sinonimi e, soprattutto, non hanno la stessa funzione. Nella favola i protagonisti sono animali umanizzati, parlanti, una rappresentazione metaforica della natura umana con i suoi vizi e virtù. Spesso è presente una vena pessimistica (soprattutto nelle favole più antiche), i luoghi sono quelli della realtà; il linguaggio è costituito da frasi semplici e dall’uso di aggettivi efficaci che sottolineano la qualità dei personaggi. L’intento allegorico e morale è molto esplicito ed esprime indirettamente i soprusi dei potenti sui più deboli, rivendicando i loro diritti.

La fiaba, invece, è ricca di personaggi immaginifici: di principi, re, folletti e  maghi e di luoghi fantastici, reami e boschi incantati. La presenza  dell’elemento fantastico e magico è fondamentale e rappresenta la memoria collettiva di un gruppo sociale (le credenze sul carattere magico-fantastico dei fenomeni naturali; riti di iniziazione: si pensi a Pollicino o Biancaneve nel bosco che superare le prove per diventare maturi). La fiaba ha sempre un lieto fine e ciò invita alla bontà, alla correttezza nei rapporti, a mantener fede alla parola data perché si viene sempre ricompensati. Certo, la visione della vita qui è ottimistica ma il suo scopo principale è di intrattenere, divertire, far sognare e dare anche insegnamenti di vita al piccolo ascoltatore, mentre lo scopo delle favole è quello di trasmettere – in forma scherzosa e piacevole, ma -alludendo al carattere dell’uomo – insegnamenti e ammonimenti utili alla vita comune,.

Lo psicoanalista Bettelheim, autore de “Il mondo incantato”, analizza il significato psicologico della fiaba e l’aiuto che può offrire nei periodi delicati della vita dell’individuo. La fiaba evoca situazioni che aiutano il bambino ad elaborare le difficoltà che deve affrontare nel corso della sua esistenza. Ogni fiaba proietta nel lieto fine l’integrazione di qualche conflitto interiore. Hansel e Gretel, che alla fine sconfiggono la perfida strega, dimostrano che è possibile superare la paura, frequente nel bambini, di essere abbandonati dai propri genitori e Pollicino, anche se piccolo, ha l’intelligenza per sconfigge il feroce e stupido gigante. La fiaba intrattiene e permette al lettore di riconoscersi e conoscersi perché offre significato a molti livelli. Le fiabe pongono l’individuo di fronte ai principali problemi umani (il bisogno di essere amati, la sensazione di essere inadeguati, l’angoscia della separazione, la paura della morte ecc), esemplificando tutte le situazioni e incarnando il bene e il male in determinati personaggi, rendendo distinto e chiaro ciò che nella realtà è confuso e sfumato. Esse esprimono in modo simbolico un conflitto interiore e poi suggeriscono come può essere risolto.

Così le fiabe aiutano ad attraversare le esperienze più dolorose e difficili. Spesso sono finestra per  un’intuizione sulla nostra vita reale proponendo le situazioni in tutta la loro complessità e potenzialità di cambiamento. Creano una vicinanza con il protagonista perché le emozioni sono condivise con lui sull’onda della fantasia che si fa corpo attraverso le immagini evocate, pertanto reali. Le fiabe col loro potere taumaturgico, hanno la capacità di compiere piccoli miracoli spostando su un piano fantastico-immaginativo il proprio vissuto  (la paura, la rabbia, la solitudine)  trasformandolo in una nuova risorsa. Come i personaggi delle fiabe affrontano i loro ostacoli,  mettendo in campo strumenti e risorse che non sapevano di avere, così il lettore può trasformare la paura in una sfida. Allora una fiaba può aiutare in un momento difficile facendo da contenitore all’ansia e alle incertezze e dando un nuovo spunto di riflessione nella vita di grandi e piccini.

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