Archive for the ‘Le dipendenze’ Category

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CRAVING: TRA “VOGLIO” E “DEVO”

16 ottobre 2013

desiderio

Mai sentito parlare di “craving”? viene descritto come “un’esperienza soggettiva che motiva gli individui a cercare e raggiungere un oggetto o praticare un’attività (target) allo scopo di ottenere certi effetti” (Marlatt). Per molti autori è il cuore delle dipendenze patologiche e guida verso quella sensazione di “perdita di controllo” che si vive in certe situazioni. Questo è il motivo per cui è importante sapere di cosa si tratta: è la meta d’intervento nel trattamento delle dipendenze patologiche. Ma come funziona questa sensazione di desiderio e impulso incontrollabile (craving)? Alcuni studiosi hanno esplorato il modo in cui le persone affetti da disturbi da dipendenze patologiche e mancato controllo degli impulsi pensano agli oggetti del proprio desiderio e hanno individuato uno stile di pensiero caratteristico. Il “pensiero desiderante” è una forma di elaborazione cognitiva volontaria di informazioni riguardanti oggetti e attività piacevoli e positive che avviene a due livelli:

• Verbal Perseveration: pensieri ripetitivi e automotivanti riguardo al bisogno di ottenere l’oggetto o di svolgere l’attività (es: devo farlo al più presto, ho bisogno di comprare l’ennesimo paio di scarpe, devo provare quella nuova esperienza)

• Imaginal Prefiguration: immagini mentali dell’oggetto o attività desiderata e del contesto in cui la persona lo può realizzare o lo ha realizzato in passato (es: immagino il sapore della sigaretta, la situazione sociale dell’ultima volta che ho bevuto alcoolici, tutto ciò che ho dentro al frigorifero).

Siamo ancora agli albori della ricerca ma gli studi mostrano che il “pensiero desiderante” è spropositato in molti individui con problemi di controllo degli impulsi, e che questo desiderio non sia legato all’oggetto desiderato (cibo, alcool, fumo, gioco d’azzardo, attività sessuale ecc…). Le prime conclusioni portano a pensare che certe modalità di usare il pensiero rispetto ai nostri desideri possono determinare l’intensità dei nostri impulsi e delle nostre capacità di autocontrollo.

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Quando non si può di re di no

3 gennaio 2013

dire no

Quante volte, ci siamo chiesti perché certe persone, a differenza dei altre, si sono buttate via iniziando a far uso di droga o alcool? Ognuno ha dato la sua risposta: “ ha avuto una cattiva educazione” o “ è cresciuto in un brutto ambiente”, “ è sempre stato un debole, non poteva resistere”. Uno studio pubblicato su Nature Neuroscience sostiene che dire di no o di sì ai “desideri” è tutta questione di circuiti neuronali: il lasciarsi andare o il resistere alle tentazioni dipende proprio dal cervello. Secondo il gruppo di ricercatori internazionale dell’University of Vermont (Usa) nelle persone che non si lasciano andare alle tentazioni funzionano meglio alcuni circuiti neuronali capaci di controllare gli impulsi, mentre in chi non sviluppa questa caratteristica, i sistemi d’interconnessione portano ad assumere comportamenti più a rischio per la salute, senza riuscire a resistere alle tentazioni. In parole semplici, chi è più impulsivo rischia di cedere più facilmente all’uso di queste sostanze.

La ricerca ha esaminato le risonanze magnetiche cerebrali di 1.900 ragazzi dell’età di 14 anni, in cui sono stati identificate le connessioni che si attivavano quando si prendono decisioni. Così, se gli adolescenti più impulsivi manifestavano una ridotta attività neuronale nella corteccia orbito-frontale, quelli più “resistenti” avevano una connessione neuronale migliore. Sarebbe proprio questa la caratteristica che si nasconde dietro all’uso di alcol, sigarette, sostanze stupefacenti e di cibo.

“Abbiamo rilevato che la presenza di determinate connessioni cerebrali sembra precedere l’abuso di droghe, e non esserne la conseguenza”. In poche parole, è la diminuita attività del network che coinvolge la corteccia orbito-frontale e che rende una persona più impulsiva a essere associata con il ricorso a alcol, sigarette e sostanze illegali nell’adolescenza. L’esame dell’attività cerebrale potrebbe anche essere impiegato, secondo i ricercatori, per predire i comportamenti a rischio.

 

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Cina, dopo aver giocato davanti al pc per 72, entra in coma e muore

23 febbraio 2011

Si è avuta notizia che nel distretto di Chaoyang, vicino a Pechino un 30enne cinese è morto dopo aver trascorso le ultime 72 ore di fronte allo schermo di un computer a giocare in un internet point. Per tre giorni consecutivi il giovane non ha mai mangiato, bevuto o dormito, e dopo essersi sentito male nel locale, è entrato in coma. Trasportato d’urgenza in ospedale i medici non sono riusciti a rianimarlo. «In un primo momento ha reagito, seppur debolmente, ai farmaci somministrati – hanno raccontato i soccorritori – Ha più volte teso le braccia e assunto posizioni spaventose, ma dopo poco è morto». Una vicenda che illustra il fenomeno della dipendenza dai giochi informatici, della quale soffrono in Cina 33 milioni di ragazzi, secondo i dati citati dalla stampa. Secondo le testimonianze del posto, la vittima proveniva dal dal nord est della Cina e viveva vicino al locale in cui aveva speso oltre 10mila yuan (più di mille euro) per la sua dipendenza. Il governo, l’anno scorso, aveva annunciato tutta una serie di norme, per controllare il settore dei giochi online e reprimerne il contenuto pornografico e violento.

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Il caso di uno studente universitario milanese. In ospedale, ma solo con il suo computer.

21 febbraio 2011

Si è presentato all’ospedale, accompagnato da un’ambulanza, un giovane ventiseienne senza ferite o traumi apparenti, ma con un computer portatile sotto il braccio. Un computer che, per mesi e mesi, era stato il suo unico compagno, facendolo diventare una sorta di  “hikikomori”, secondo il termine coniato dal Tamaki Saito, direttore del Sofukai Sasaki Hospital di Funabashi, una città dell’area di Tokio, termine che in giapponese significa”ritiro sociale” e, nel linguaggio della psichiatria, indica i giovani che si isolano volontariamente dal mondo reale per i più vari motivi. In Giappone questi giovani lo attuano principalmente per la fobia sociale e scolastica, e finiscono per vivere in un universo artificiale fatto di fumetti, di videogames e di navigazione virtuale, anche se il vero hikikomori orientale non sviluppa dipendenza nei confronti di Internet.

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Binge Drinking: il nuovo “sballo”

27 gennaio 2011

Il BINGE DRINKING è un nuovo comportamento compulsivo che spopola tra i più giovani. Si tratta di un’ abbuffata di bevande alcoliche del tutto simili a quelle che caratterizzano la bulimia.  Il consumo è molto al di sopra delle normali caratteristiche di tolleranza (almeno di 5, 6 bicchieri) e l’alcool è spesso ingerito in modo rapido, senza sorseggiare, trangugiando tutto d’un fiato. In tal modo non vi è soltanto la pericolosità indotta dalla quantità eccessiva della sostanza tossica, ma anche quella dovuta alla modalità di ingestione, la quale amplifica l’impatto negativo sulla capacità e sulla salute sia psico-cognitiva, che organica.

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Dipendenza da internet

13 gennaio 2011

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SHOPPING COMPULSIVO

13 gennaio 2011

Nella nostra società è molto presente un diffuso atteggiamento consumistico, accompagnato dall’incoraggiamento all’acquisto, perpetuato soprattutto dai mass media, incoraggiamento che spesso alimenta falsi bisogni che hanno gradualmente trasformato il possesso del prodotto in una vera e propria fonte di felicità, in uno strumento per costruire una identità sociale accettata e gradita, portando a considerare lo shopping persino una tecnica per scaricare lo stress. Pertanto, segnare il confine tra acquisto normale e patologia dell’acquisto è estremamente difficile. Si parla di shopping compulsivo o sindrome da shopping un disagio psicologico e comportamentale caratterizzato dal desiderio compulsivo di fare acquisti. Tale disturbo è noto anche con il termine oniomania o mania del comprare (Kraepelin E., 1915) che deriva dal greco onios = “in vendita,” mania = follia. Dal momento che la patologia, in questo caso, si innesca a partire da un comportamento normale e quotidiano, spesso questo tipo di disturbo rimane silente e non viene diagnosticato se non quando irrompe creando, come spesso accade, disagio psicologico-familiare o disastrose conseguenze economiche. Pertanto, spesso è difficile distinguere l’acquisto patologico da quello normale sulla base di criteri quantitativi e la diagnosi viene posta solo molto tempo dopo che il problema comincia a manifestarsi. E’ più facile utilizzare come metro di giudizio per riconoscere questo disagio, caratteristiche qualitative: infatti esistono alcune caratteristiche che contraddistinguono gli acquisti effettuati durante le crisi di shopping compulsivo, ad esempio la tendenza a comprare soprattutto oggetti inutili e non indispensabili che, frequentemente, non si collegano ai gusti dell’acquirente, che sono spesso al di sopra delle sue finanze e che spesso sono varianti di una stessa categoria di prodotto. Spesso tali oggetti sono individualmente o socialmente considerati come l’espressione di qualche qualità positiva e vincente, perciò sono ricercati allo scopo, più o meno cosciente, di costruire dall’esterno la propria identità. Una conferma della connotazione simbolica che spesso può assumere l’acquisto deriva da alcuni studi sulle tipologie di spese effettuate, che sono connotate da una certa ripetitività dell’acquisto di un certo tipo di prodotti, che vengono comprati come se si fosse alla ricerca di importanti pezzi mancanti di un puzzle interiore da completare. Nello specifico si può osservare che le donne sembrano maggiormente propense a comprare vestiti, oggetti e strumenti di bellezza, anche gli uomini acquistano prodotti legati alla cura del corpo, come capi di vestiario o attrezzature sportive complesse, ma sembrano ancora più propensi a cercare il possesso di simboli di prestigio sociale, come automobili o strumenti altamente tecnologici, quali computers e impianti audio-video, spesso riconducibili ai loro sogni professionali o sociali più alti e illusori.
Ciò che caratterizza maggiormente gli episodi di acquisto compulsivo sono i vissuti riferiti dai soggetti. In particolare sono state distinte tre principali fasi del vissuto:
1. nella prima fase i prodotti sembrano provvisti di doti magiche e spesso considerati irrazionalmente come un’occasione da non lasciarsi sfuggire. I vissuti interiori di questa attrazione iniziale sono anche descritti sotto forma di sensazioni viscerali e profonde, come brividi, vampate di calore, vibrazioni, eccitazione, agitazione, persino perdita di controllo di sé.
2. Nel momento in cui si compra, si entra nella seconda fase emotiva caratterizzata da un pervadente sentimento di benessere e di felicità, alimentato da una difficoltà della percezione del tempo, che spesso è annullato, come in una specie di stato dissociativo della mente. Spesso a questo si accompagnano precoci sensi di colpa e vissuti di scoraggiamento o sentimenti di incapacità a controllarsi.
3. Nella terza fase, momento in cui il soggetto realizza le conseguenze del proprio comportamento negativo, e riconosce le illusioni date dall’acquisto, c’è un’amplificazione di tutte le emozioni negative, con intensi sensi di colpa, vergogna di sé e sensazione di vuoto interiore.
La sindrome da shopping compulsivo comprende diverse forme di disagio, infatti rappresenta un disturbo che implica tre categorie di disagio psicologico-comportamentale presenti spesso contemporaneamente:
1. un disturbo del controllo dell’impulso
2. comportamenti ossessivi
3. dipendenza da un’attività
In questa sindrome è presente un forte impulso a comprare, vissuto in modo irresistibile. Questa incontrollabile spinta all’acquisto, presente nei compratori compulsivi, è stata definita buying impulse e viene descritta come una pervasiva tendenza distruttiva ed eccessiva, che crea un bisogno urgente che preme per essere soddisfatto. Tale caratteristica rende questo comportamento per alcuni aspetti simile ad altre manifestazioni di scarso controllo dei propri istinti, come il gioco d’azzardo patologico e la cleptomania.
La ripetitività dei comportamenti di acquisto e la ciclicità delle crisi dimostrano anche il carattere ossessivo del disturbo che sembra aumentare, come altri problemi ossessivi, in corrispondenza delle situazioni di stress.
Ma la caratteristica che maggiormente è presente in questo disturbo è la dipendenza dall’attività di acquisto, e che ha portato a parlare anche di dipendenza dagli acquisti o di addictive buying. Infatti spesso sono state descritte vere e proprie crisi di astinenza, così come comportamenti quali nascondere gli acquisti, similmente a quanto viene fatto dai tossicomani con la droga.

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