Archive for the ‘Psicosomatica’ Category

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Ipertensione da camice bianco: tutta colpa dell’alessitimia

20 febbraio 2012

Se vedete cambiare i normali valori della vostra pressione arteriosa quando vi trovate di fronte al  medico, non abbiate paura di essere considerati dei bugiardi perché è un evento tutt’altro che insolito: si tratta, infatti di una situazione denunciata da 15 italiani su cento. Che la pressione schizzi “alle stelle” o scenda “alle stalle”, questo fenomeno non è frutto di fantasia ma è la cosiddetta ipertensione o normopressione “da camice bianco”.
Medici e psicologi dell’ospedale Fatebenefratelli di Roma, hanno cercato di capire quali sono le cause di questo disturbo e quali le caratteristiche dei pazienti.

Dalla ricerca, condotta su 150 soggetti (ipertesi e normotesi) d’età compresa tra 30 e 60 anni, emerge che l’ipertensione è in relazione a un disturbo della regolazione psicologica delle emozioni, chiamato alessitimia: un deficit della capacità di elaborare le emozioni da un punto di vista cognitivo, una difficoltà a esprimerle, a creare un legame con l’altro stabilendo un rapporto di fiducia.  In altre parole gli ipertesi risultano più alessitimici dei non ipertesi: insicuri, lamentano in genere sintomi somatici (più che problemi psicologici o relazionali), possono avere esplosioni di collera o di pianto senza saperne il motivo e mostrano ridotta capacità empatica perché, non riuscendo a usare come segnale le proprie emozioni, non possono utilizzare quelle degli altri. Chi, invece, risulta avere una normotensione da camice bianco (quando l’indicatore della pressione scende) dimostrano essere ambivalenti rispetto le relazioni: se da una parte manifestano il bisogno di stabilire un rapporto stretto, dall’altra lo temono.
La ricerca sottolinea come  il fenomeno dell’ipertensione da camice bianco aumenta con gli anni. L’anziano è, infatti,  più fragile e più dipendente dal medico che attraverso il sintomo raccoglie le emozioni non dette. Ogni misurazione della pressione diventa, quindi, un test che valuta il proprio stato di salute.

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La passione per l’ipertensione

20 febbraio 2012

 

Avete mai sentito parlare di ipertensione arteriosa? Si tratta dell’aumento cronico dei valori della pressione arteriosa del sangue. L’ipertensione è pericolosa in quanto, se non è curata, può causare problemi al cuore (angina, infarto, scompenso cardiaco), insufficienza vascolare cerebrale o renale con anomalie ematiche rilevabili in laboratorio, offuscamento della vista (da retinopatia), aneurisma dell’aorta. Inoltre il sangue che scorre nei vasi sanguigni ad pressione elevata, li sottopone ad una eccessiva usura e può danneggiarli gravemente, coinvolgendo in questa situazione anche tessuti e organi irrorati dai vasi colpiti, in particolare cuore, cervello, reni e occhi.

I medici distinguono due tipi di ipertensione arteriosa: una detta “essenziale” e l’altra denominata “secondaria”.

L’ ipertensione secondaria è causata da una  condizione nota ( può essere una conseguenza di patologie endocrine, di difetti enzimatici surrenali, di problemi vascolari e di patologie renali). Quel che più preoccupa è l’ipertensione essenziale poiché può essere curata, ma non guarita ed è molto frequente: più del 90% degli ipertesi soffre di questo tipo di malattia.. Numerosi fattori sono importanti nella sua manifestazione: l’ereditarietà, la razza, la dieta, lo stile di vita, l’età. Poichè può manifestarsi con un aumento della pressione ma senza che siano presenti altri sintomi, diventa fondamentale la prevenzione attraverso una misurazione periodica della pressione, specialmente ad una certa età oppure quando si manifestano i primi leggeri sintomi di cefalea, astenia (cioè stanchezza fisica e intellettuale), nervosismo, insonnia, vertigini, ronzii. Poiché non è ancora chiaro quale disfunzione la produca, sono due le ipotesi causali che godono di maggior attenzione: l’alimentazione scorretta e lo stress psico-emotivo.

Per quel che concerne l’ipotesi psico-fisica, le due più importanti correnti di studio psicosomatico dell’ipertensione arteriosa sono:

La psicologia comportamentale che afferma che  alcune persone risponderebbero agli stress ambientali ed emotivi intensi con un’attivazione del sistema nervoso in modo involontario cui consegue una costrizione dei vasi arteriosi. Si creerebbero così maggiori resistenza all’affluire del sangue e dunque ipertensione arteriosa.

E la psicosomatica simbolica. Per questa scuola invece (Riza) l’ipertensione sarebbe la rappresentazione a livello corporeo di un conflitto inconscio tra “pensiero” e “sentimento”, tra passione e ragione, tra emotività e controllo, dove un sangue-emozione non può circolare liberamente. In altre parole le persone affette da ipertensione tenterebbero ad esercitare un esasperato controllo frenando di continuo la propria passionalità.

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Ma che stress questa pipì!

18 febbraio 2011

Sono tanti i termini usati per definire la Paruresis: sindrome della vescica timida, shy bladder syndrome, urofobia, ma tutti questi nomi indicano sempre la stessa condizione di ansia che una persona  prova quando tenta di urinare in presenza di altre persone. Sicuramente è una sindrome poco conosciuta, probabilmente per la sua natura imbarazzante, ma ne soffre ben 1 americano su 10.

Si tratta di una fobia sociale, un disordine psicologico che blocca il sistema urinario in situazioni facilmente riscontrabili nella quotidianità (come usare un bagno differente dal proprio) ma che sono vissute con stress. La paruresis si presenta con vari gradi di severità, che partono da una difficoltà evidente ed elevata nell’ urinare in luoghi pubblici (o comunque non familiari), a una  impossibilità totale.

Non si tratta dell’esitazione nell’usare un bagno pubblico ma ad un disagio che porta la persona ad una situazione di panico, nervosismo eccessivo, palpitazioni e disorientamento. Non è, quindi, la realtà ad essere fonte di stress, ma la sua personalissima visione che viene distorta da una serie di fattori come ad esempio il fatto stesso di non trovarsi nel proprio bagno, il timore di essere osservati dagli altri, la paura di essere criticati per il fatto stesso di non poter riuscire nell’ atto.

Per il paruretico la minzione è una funzione così personale che la presenza degli altri diventa una “minaccia”, il desiderio di privacy è così alto che  il semplice timore di essere visti urinare impedisce l’ atto medesimo. E’ facile immaginare come un paruretico possa tentare di mettere in atto rimedi fai-da-te: urinare il più possibile a casa e sempre prima di uscire, diminuire la quantità di liquidi assunti in giornata,  diminuire il numero di ore da dedicare ad attività sociali (ad esempio rifiutando inviti a lungo termine).  E’ facile, a questo punto, passare dal sorriso per questo buffo disagio ad immaginare quanti e quali difficoltà possa incontrare una parutetico e quanto la qualità della sua vita possa venir ridotta da questa sindrome. Il paruretico è limitato sia socialmente che nel vissuto personale di benessere tanto che, nei casi più gravi, c’è chi arriva a considerare ed attuare soluzioni radicali come l’autocateterizzazione per tentare di gestire questa fobia. Una delle psicoterapie attualmente più usate per superare il disagio è quello della desensibilizzazione in vivo.
Si svolge usando un “pee buddy”, un “compagno di pipì” (!) che progressivamente si avvicinerà alla persona man a mano che diventerà più semplice, per lei, urinare sapendo della presenza dell’altro. Logicamente si tratta di una terapia che richiede molto tempo.

Sono nati, a sostegno delle persone che soffrono di paruresis, delle associazioni (la Comunità Italiana Paruretici e l’International Paruretic Association) che forniscono molte informazioni utili a chi pensa di soffrire di questo “disturbo”.

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Perchè somatizziamo?

14 febbraio 2011

Il termine emozione nella sua radice etimologica suggerisce l’esperienza del movimento in un senso indefinito (ex – movere), quindi il soggetto emotus, emozionato, è in qualche modo “mosso da”.

L’emozione è comunemente definita come una risposta complessa ad una varietà di stimoli sia interni che esterni, che comprende variazioni neurovegetative e fisiologiche,  espressioni mimico-facciali e posturali, e il sentimento soggettivo che si accompagna a queste variazioni (piacevoli e/o sgradevoli).

Gli stimoli che elicitano risposte emotive, allo stesso tempo, svolgono un ruolo di rinforzo dell’esperienza, sono cioè dei modulatori del comportamento stesso (V. Ruggieri, 1987, 1988, 1997, 2001).

Le emozioni quindi, in quanto prodotti conseguenti alla stimolazione ambientale,  sociale e relazionale, possono influire notevolmente sull’insorgenza di malattie psicosomatiche.

La psicosomatica è quella branca della medicina che pone in relazione il mondo emozionale ed affettivo con il soma, occupandosi nello specifico di rilevare e capire l’influenza che l’emozione esercita sul corpo e le sue affezioni.

Nello specifico, le malattie somatiche si realizzano attraverso una espressione diretta del disagio psichico attraverso il corpo. In queste malattie l’ansia, la sofferenza, le emozioni troppo dolorose per poter essere vissute e sentite, trovano una via di scarico immediata nel soma: il soggetto non è in grado di “mentalizzare” il disagio psicologico e le emozioni non vengono percepite, pur essendo presenti.

Chi somatizza spesso ha difficoltà a far venire alla luce le emozioni, e difficilmente riferisce sentimenti quali rabbia, paura, delusione, scontentezza, insoddisfazione. Tutte le loro capacità difensive tendono a tener lontani contenuti psichici inaccettabili, a costo di “distruggere” il proprio corpo.

In questo senso una persona, incapace di accedere al suo mondo emotivo, potrebbe non percepire rabbia, frustrazione o stress per una difficile condizione lavorativa e neppure immaginare una possibile connessione tra la sua ulcera e le emozioni o i vissuti relativi al suo lavoro.

Poiché le emozioni si esprimono comunque attraverso il corpo, sia con manifestazioni somatiche, e quindi maggiormente evidenti (tipo le espressioni facciali), sia con manifestazioni vegetative, cioè che agiscono sul sistema nervoso autonomo (battito cardiaco, respiro, sudorazione ecc.), emozioni particolarmente negative protratte nel tempo, possono mantenere il sistema nervoso autonomo (sistema simpatico) in uno stato di eccitazione e il corpo in una condizione di emergenza continua, a volte per un tempo più lungo di quello che l’organismo è in grado di sopportare, andando a provocare dei danni.

Inoltre il sistema immunitario sottoposto a forte stress, riduce la sua efficacia difensiva, e quindi rende l’organismo più vulnerabile alle malattie.

In conclusione nella visione olistica della persona una difficoltà di integrazione degli aspetti psico-fisici genera i disturbi psicosomatici.

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PILLOLE SUL BRUXISMO

22 gennaio 2011

Il termine bruxismo sta ad indicare l’attività parafunzionale più frequentemente riscontrata, che il paziente ne sia cosciente o meno. Si chiama bruxismo il digrignamento, serramento e attrito dei denti a fini non funzionali; non sono invece considerati bruxistici i movimenti dei denti che si verificano nella deglutizione e masticazione.

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Difficoltà nel contatto: l’orticaria

27 settembre 2010

La pelle è l’organo più grande del corpo umano e ne costituisce il rivestimento esterno, rappresentando un tramite per il contatto con il mondo esterno, un mezzo di comunicazione che, oltre a proteggerci nei confronti del mondo esteriore, ci permette di entrare in comunicazione con gli altri. Struttura di confine fra il sé ed il non sé, fra il sé e gli altri, organo di senso e organo di fondamentale importanza nell’omeostasi, è forse più di ogni altra parte del corpo implicata nelle vicende psico-emotive dell’individuo. Il nostro linguaggio è ricchissimo di “modi di dire” che sottolineano la mediazione della pelle in molte nostre èmozioni e stati d’animo: “rosso dalla vergogna”, “bianco dalla paura”, “ho la pelle d’oca”, sono espressioni che coloriscono comunemente il nostro modo di parlare, mentre cambiamenti dello stato fisiologico della pelle accompagnano effettivamente stati emotivi come collera, paura, vergogna, ansia, ecc.. Anche nella vita quotidiana possiamo constatare i profondi legami fra psiche e pelle, ad esempio il calore o la sudorazione delle mani, possono essere un importante segnale di vissuto emozionale, rientrando nella più ampia sfera della comunicazione non verbale. Non dobbiamo quindi stupirci se molte malattie della pelle, possano essere correlate alla presenza di conflitti psicologici che proprio attraverso essa si esprimono.

Uno dei disturbi più comuni è l’orticaria, una frequente dermatosi caratterizzata da lesioni pomfoidi, transitorie e fugaci per quanto riguarda la durata. Le cause possono essere le più varie: allergiche, alimentari, fisiche, traumatiche, ecc. Un terzo delle orticarie però sembra non avere origine da una causa fisica: sono le cosiddette orticarie da stress, in cui gli stimoli psicogeni sembrano avere un ruolo scatenante o aggravante. I pazienti con orticaria sono spesso ansiosi, depressi e provano sensazioni di inadeguatezza. Altri autori segnalano tensioni e difficoltà nelle relazioni a livello lavorativo, scolastico o familiare.

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